Educazione

I capricci non esistono

Quando parlo con i genitori e con gli educatori mi capita spesso di dire che i capricci, in realtà, non esistono.

Non per come li definiamo noi adulti di solito, almeno.

Provo a spiegarmi meglio.

 

Cosa intendiamo noi per capriccio?

Alla parola “capriccio”, la prima immagine che mi viene in mente è un bambino piccolo, di 2/3 anni circa, che quando la mamma gli ha detto di mettere via i giocattoli urla e pesta i piedi.

Immagino che anche chi leggerà avrà avuto un’immagine simile.

Il dizionario che ho in casa, alla voce “capriccio” dice: “voglia o idea stravagante o bizzarra, perseguita, sia pure non a lungo, con ostinazione o cocciutaggine“.

Questa definizione non c’entra nulla con l’immagine di cui sopra e questo a causa del punto successivo:

 

I bambini non nascono già capaci di esprimere in modo funzionale le loro emozioni: devono imparare

Come ho già scritto in questo articolo che parla del perchè “la sedia della riflessione” non funzioni, la capacità di esprimere le emozioni dipende dalla maturazione del sistema nervoso e il sistema nervoso di un bambino non è come quello di un adulto.

Di fronte ad una frustrazione, a qualcosa che non gli va bene, un bambino di 3 anni non sarà in grado di dire pacatamente: “mamma, papà, quello che mi state dicendo mi fa arrabbiare tantissimo!” ma esprimerà il suo disagio con i comportamenti, ad esempio piangendo o lanciando un oggetto o mordendo.

E’ più che normale. Non potrebbe fare altrimenti.

Serve che usciamo dall’ottica di: “mio figlio / il bambino con cui lavoro mi sta sfidando / non mi sta rispettando” e iniziamo a prendere atto che quel bambino non è un piccolo adulto e ci sta comunicando un suo disagio…per come può all’età che ha e con gli strumenti che ha.

 

Magari non pretendendo che dopo un’arrabbiatura ci faccia un bel sorriso: noi, come adulti, appena dopo uno sfogo di rabbia avremmo voglia di farlo?

 

In questo senso,  le neuroscienze ci aiutano a comprendere che quello che definiamo “capriccio” è un modo che il bambino ha per reagire allo stress.

Crescendo: quando il “capriccio” diventa una modalità relazionale

Crescendo, quello che è una difficoltà comunicativa, di reazione allo stress di un bambino piccolo rischia però di diventare una modalità relazionale sedimentata.

Faccio un esempio pratico.

Bambino della scuola primaria. Non ha voglia di iniziare i compiti e gli si fa notare che se non inizia in un orario utile rischierà di non aver finito per cena.

Inizia a piangere e a urlare e pur di non ascoltarlo lamentarsi lo si lascia fare, magari litigandoci.

 E’ molto probabile che quel bambino abbia compreso nel tempo che comportandosi così otterrà un vantaggio.

 

Quindi è furbo?

No. 

Fa quel che può.

E’ molto probabile che anche in questo caso un bambino che manifesta questi comportamenti sia più semplicemente rimasto impigliato in questo schema, indipendentemente dal suo volere.

E’ qualcosa di più forte di lui.

Spetta all’adulto spezzare il circolo vizioso, non con urla e punizioni ma comprendendo il motivo che sta sotto al malessere (è stanco? Non ha voglia? Ha compreso che lo calcolo solo quando si comporta così…?) , ponendo dei paletti, usando poche regole ma ferme e soprattutto non mettendosi al livello del bambino, in un gioco di ruolo che sennò sarebbe controproducente.

Del resto, quando noi siamo arrabbiati, ci piacerebbe che ci venisse detto: “Smettila, devi calmarti!” o ci farebbe stare meglio essere compresi da qualcuno che possa aiutarci a calmarci?

Insomma: l’adulto ha da fare l’adulto.

E se si arrabbia perchè un bambino di un anno scoppia a piangere davanti ad un “no”, pensando che lo faccia per sfidarlo… chi è che sta facendo davvero “il bambino” in quel momento? 😉

 
 

Spunti pratici davanti ad un “capriccio”

– Non chiamarlo più “capriccio” ;D

 

– Chiediti: cosa sta facendo fatica a fare? Come posso aiutarlo senza sostituirmi a lui?

 

– Valuta se la competenza che stai richiedendo a tuo figlio sia adeguata alla sua età. Puoi anche aspettarti che tuo figlio di un anno impari a dirti :”mamma, così mi sento troppo frustrato!” ma converrai come non sia realistico.

 

– Anticipa. I bambini vanno preparati. Ti spiego meglio nel punto sotto;

 

– Coerenza. Collegandomi all’anticipare : se anticipo che la prossima è l’ultima storia e prima ne abbiamo già lette un po’, la prossima sarà davvero l ‘ultima storia. Poi coccole, bacino e buonanotte.

 

– Poche regole ma ferme e comunicate nel modo più specifico possibile. Meglio se in positivo (es.al posto di “non lasciare i tuoi giochi per terra” “perchè non mettiamo insieme i giochi nella cesta?”

Un eccesso di regole ed un’eccessiva rigidità rischiano di essere controproducenti.

 

– Non calmare i capricci con il tablet, a meno che non vuoi che ne diventi dipendente già prima di andare a scuola.

 

– Pazienza con il bambino ma… anche con te! Se ti sei sempre comportato in un un certo modo ti servirà tempo per disinnescare gli automatismi acquisiti negli anni. Un passo alla volta.

 

Ma soprattutto… ricorda che NON CI SONO FORMULE MAGICHE valide per tutti i bambini… Sarebbe più semplice ma non funziona così 😉

 

Spero che dopo la lettura di questo articolo ti sarà più chiaro come i capricci non esistano… o almeno non nel senso che di solito noi adulti attribuiamo a questo termine.

 

Se questo articolo ti risuona e senti il bisogno di approfondire questo tema per tuo figlio o per i bambini con cui lavori, puoi contattarmi al numero 3409628159 o alla mail info@datemifiducia.it

 

 
 
Spunti per approfondire
Daniel Siegel – La sfida della disciplina. Governare il caos per favorire lo sviluppo del bambino;
Franco Nanni – Pensami;
Francesca Broccoli – Lascia che si arrabbi.
 
 

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